Don Caputa presenta Simone Srugi

(ANS – Beitgemal) – Il salesiano don Giovanni Caputa, già docente di Teologia a Cremisan e Gerusalemme (1980-2017), dal 2014 è collaboratore della Causa di beatificazione di Simone Srugi, un salesiano coadiutore che fu una figura centrale per i salesiani del Medio Oriente e che è riconosciuto dalla Chiesa come Venerabile. Don Caputa ha recentemente dato alle stampe un nuovo libro su Simone Srugi (Simone Srugi nella storia di Betgamāl), e oggi ci illustra la storia del Venerabile e il valore di questa sua pubblicazione.

Si parla sempre di Srugi nato in Palestina e orfano in tenera età. Ma come ci sono arrivati i genitori in Palestina? Per lavoro del padre oppure per quali motivi? O erano tutti nati lì come palestinesi DOC?

Simone Srugi ha radici siriane e libanesi, e si può dire che discende da una famiglia cristiana di rifugiati; originariamente si chiamavano Fara‘ūn e attorno al 1550 abitavano a Khàbab, nell’Horān siriano, circa 50 km a sud di Damasco. Di qui, per ragioni socio-economiche, emigrarono a Damasco, poi nella Beqā‘ (Fùrzul, vicino a Zàhlah), ma a causa della crudeltà dell’emiro Harfūsh di Ba‘albak, dovettero fuggire e rifugiarsi a Màshghara e in altri paesi del Libano. Nel secolo 18° uno dei discendenti si trasferì a Tarshīha, nel nord della Palestina, poi un suo figlio si stabilì a Nazaret, dove Simone nacque il 15 aprile 1877, da madre maronita-libanese e padre greco-melkita, ultimo di dieci figli. Strada facendo, i Fara‘ūn avevano adottato il mestiere di fabbricanti di selle per cavalli (sarg/surūg in arabo), perciò quello divenne il loro patronimico: Surūgy/Srugi. Questa storia è contenuta nel registro di famiglia che nel 1964 un pronipote di Simone, abitante a Beirut, ‘Azīz ‘Issa Srugi, mise a disposizione di don Praduroux, che lo trasmise a don Forti, il quale al Hussun stava scrivendo la sua biografia.

Tu avevi già scritto in merito a Srugi nel 2016 un articolo intitolato “Il Venerabile Simone Srugi” per la rivista “Ricerche Storiche Salesiane”: che c’è di nuovo in questo libro?

Don Forti, mio maestro di noviziato, ci faceva leggere, man mano che li dattiloscriveva sulla Olivetti, i vari capitoli che nel 1967 raccolse nel libro Un buon Samaritano concittadino di Gesù. Su quella base ho continuato le ricerche e da esse sono nati alcuni articoli e due libri. Nel 2018 ho pubblicato Vita e scritti di Simone Srugi, che contiene tutta la documentazione. In quest’ultimo, inquadro meglio l’una e gli altri nel loro contesto storico, cioè i cento anni fra la ricostituzione del Patriarcato latino di Gerusalemme (1847) e la spartizione della Palestina (1947). Essa faceva parte di una regione che nel corso di quel secolo ha cambiato completamente volto, dal punto di vista politico, socio-economico, culturale e religioso: due guerre mondiali; caduta dell’Impero Turco; epoca coloniale; genocidio armeno; Mandato britannico; immigrazione ebraica; rivoluzione araba… Le cartine e la “galleria fotografica”, che completano il volume, aiutano a farsi un’idea.

Su quello sfondo acquista risalto la vita e l’azione di Srugi che, dopo la fanciullezza a Nazaret e gli anni di apprendistato a Betlemme (infermiere, sarto e panettiere), fece la professione religiosa come coadiutore salesiano (1896) e svolse la sua missione per 50 anni a Betgamāl. In questa località fuori mano e malarica, distante 30 km a sud-ovest da Gerusalemme e una sessantina da Giaffa-Tel Aviv, i salesiani accoglievano orfani palestinesi, profughi armeni, libanesi, siriani, infine anche polacchi. Gestivano una scuola agricola con annessi mulino, frantoio, cantina e dispensario medico-farmaceutico. Simone fu maestro e catechista dei piccoli, cerimoniere nel santuario di Santo Stefano e soprattutto infermiere: per la sua bontà e le doti di “guaritore” che la gente gli attribuiva, gli ammalati venivano a lui a decine ogni giorno, da una cinquantina di villaggi. Secondo i dati dei registri superstiti, si calcola che medicò decine di migliaia di poveri ammalati, negli ultimi 14 anni con l’aiuto di una suora salesiana.

Non era affatto facile vivere e lavorare mantenendo la calma fra tanti sconvolgimenti, in quell’ambiente segnato dalla povertà e dalla malaria, aperto agli sconfinamenti dei beduini con le loro greggi, scenario di scontri armati fra nazionalisti palestinesi e coloni ebrei. Ma con la grazia di Dio e con l’esercizio quotidiano dell’umiltà, carità e dolcezza, Simone ci riuscì, e insieme a lui un bel gruppo di salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice, che migliaia di exallievi e gente del posto ricordavano con riconoscenza e ammirazione.

Che cosa significa “Venerabile”?

Un cristiano (maschio o femmina, giovane o adulto, laico, religiosa o chierico) che abbia vissuto in forma esemplare, da “servo di Dio”, merita di essere presentato a tutti come modello e intercessore. Le sue azioni e i suoi scritti vengono esaminati da appositi tribunali ecclesiastici in un vero e proprio processo canonico che ha un lungo iter. Accertato il riscontro storico-documentario dei fatti da parte di coloro che lo conobbero e testimoniano che ha praticato in grado eroico tutte le virtù (cardinali, morali, teologali), viene dichiarato “venerabile”. Dopo il processo del 1964-66 (in cui don Bedon e don Cozzolino fecero da segretari) e del 1981-83 (lo feci io), Simone Srugi ha raggiunto questo traguardo intermedio nel 1993, cioè 50 anni dopo la morte! Ora si aspetta che Dio, per sua intercessione, compia due miracoli successivi (in genere di guarigione fisica) perché sia dichiarato “beato”, e infine “santo canonizzato”. Dipende anche da noi, nel senso che possiamo contribuire con le nostre preghiere!

Cosa ha lasciato scritto Srugi? Di che tipo sono i suoi scritti?

Ci è pervenuto il piccolo taccuino su cui appuntava i propositi durante gli Esercizi Spirituali annuali. Per il resto non era uno scrittore, dotato di formazione letteraria, che abbia inteso di scrivere qualche libro, e neppure di tenere un epistolario. Era un uomo pratico, molto semplice, un educatore salesiano, che amava leggere i libri di Don Bosco, manuali di pietà, vite dei santi …, e da essi trascriveva brevi frasi, sentenze o “massime” che distribuiva in striscette di carta ai confratelli e ai ragazzi. Somigliano agli odierni tweet o sms.

Eccone alcuni:

–      Vale più un “grazie a Dio”, un “Dio sia benedetto” nelle avversità, che mille ringraziamenti nelle prosperità.

–      Dio fa le cose adagio, ma le fa bene.

–      La pazienza è una buon’erba, ma non cresce in tutti gli orti.

–      Portate ogni giorno la croce di ogni giorno con la grazia di ogni giorno.

–      La croce, se è amata, non è che mezza croce, perché l’amore di Gesù addolcisce tutto, e non si soffre molto, che quando si ama poco.

–      Vale più alzare una paglia per ubbidienza, che digiunare una quaresima per propria elezione.

–      Non si hanno a cercare in piazza i nemici, mentre il più aspro sta nascosto dentro di te, anzi tu sei quel medesimo. Perciò guarda l’anima tua da te stesso.

–      Don Bosco ha assicurato a tutti i suoi figli: Lavoro, pane e paradiso.

–      La felicità di piacere a Dio con far bene tutte le cose è un saggio del paradiso.

Come e dove acquistare il libro?

Le restrizioni per il Covid hanno impedito che andassi a pubblicare il libro in Italia. Ma non tutti i mali vengono per nuocere: qui a Gerusalemme, generosi benefattori hanno coperto le spese di stampa. Perciò a chi fosse interessato, posso inviare copia omaggio, basta che mi faccia avere l’indirizzo postale. Aggiungo che il libro verrà inserito a breve nella Biblioteca Salesiana online (SDL = Salesian Digital Library).

Agenzia Notizie Salesiana

DON BOSCO: il genio che donava felicità ai giovani

Facciamo di ogni spazio educativo, di ogni casa salesiana, di ogni incontro personale, un motivo per comunicare che la vita è bella, che è un dono di Dio, amante della vita, e quindi da vivere come una festa anche nei giorni grigi.

Miei cari amici e lettori, questo numero di gennaio coincide con la grande celebrazione mondiale della festa di Don Bosco (31 gennaio). E c’è un’altra cosa: in questo anno 2021 commemoriamo il centenario della morte del suo secondo successore, don Paolo Albera, (che era “Paolino” per Don Bosco) e che i francesi avevano definito “il piccolo Don Bosco”.  È proprio lui il ragazzo della famosa fotografia in cui Don Bosco “posa” con tanti giovani assiepati attorno al suo confessionale improvvisato. In quel tempo, i soggetti da ritrarre dovevano restare immobili per un tempo lunghissimo. Don Bosco chiese di posare in atto di confessare un gruppo di chierici e semplici alunni. Dovendo scegliere un alunno che prendesse posto sull’inginocchiatoio fingendo di confessarsi, si guardò intorno e sorridendo chiamò: “Paolino, vieni qui. Mettiti in ginocchio ed appoggia la tua fronte alla mia, così non ci muoveremo!”

Paolino Albera rimase a lungo con la sua testa appoggiata a quella di Don Bosco. Il risultato fu qualcosa di magico. Don Bosco qualcosa intuì e volle che questo ritratto, nella versione ritoccata a matita, fosse appeso nella sua anticamera.

Questo è il nostro Don Bosco, capace di far sentire a tutti i suoi ragazzi che erano amati, che erano magnifici, stupendi e che aveva grandi progetti per ognuno di loro, perché erano i progetti di Dio.

Infatti, lo dirò esprimendo una mia forte convinzione, Don Bosco aveva la grande capacità di far vivere ai suoi ragazzi la vita come una festa e la fede come felicità.

Mi sembra che questo sia il grande dono o uno dei grandi doni di Don Bosco. Ci ho pensato molte volte, cercando di avvicinarmi il più possibile al suo cuore, sorgente pulsante di tutto: Don Bosco aveva la capacità di fare della vita ordinaria, quotidiana, pesante, stanca, affamata e assetata un motivo per vivere nella festa. E, proprio come accadeva nel cielo sereno della sua anima, aiutava i ragazzi a scoprire la profonda felicità che esiste nell’amare Dio e nell’essere amati da Lui.

Ditemi se non è opera di un vero genio della pedagogia.

Quando ho visto il film La vita è bella, molti anni fa, sono rimasto profondamente colpito dall’amore di quel padre e anche dall’amorevole creatività che ha avuto nel far vivere al suo figlioletto l’orrore del campo di concentramento come un’avventura, come un gioco, come un momento incantato di continue sorprese. Qualcuno potrebbe obiettare che quel padre ingannava il figlio. Non è così. Quel padre ha avuto la dolce genialità, per amore, di far vivere al suo bambino la tremenda realtà in modo tale che l’orrore quotidiano non lo distruggesse, in modo tale che il sorriso e la speranza non sparissero mai dal suo viso e dal suo animo.

Don Bosco era un maestro in questo. È stato un genio nel saper trovare la felicità e i motivi di speranza nelle piccole cose, nell’attenzione che viene data a tutti, nei gesti semplici che sembrano perdersi nell’ordinario di ogni giorno ma che hanno grande importanza e grande valore.

Come diceva Domenico Savio ad un nuovo arrivato: “Sappi che noi qui facciamo consistere la santità nello star molto allegri”. Nel giardino di Don Bosco maturava il frutto dello Spirito che è “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” come dice San Paolo.

E questa è un’eredità preziosa che Don Bosco ha lasciato ai suoi Salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice, a tutta la sua Famiglia Salesiana: quella di essere uomini e donne che cercano ogni giorno il dono della simpatia per l’incontro con i ragazzi e le ragazze, con un senso molto concreto e reale dell’incontro con ogni persona (anche la più timida, quella che si sente meno qualificata e dotata). Donne e uomini, capaci di fare sempre il primo passo quando si tratta di raggiungere i giovani, che cercano di avvicinarsi a tutti con rispetto, con il desiderio di capire e aiutare, con la gioia di essere presenti tra loro, soprattutto i più bisognosi. Questa è l’amorevolezza salesiana: un vero affetto come educatori in cui c’è sia il calore umano che la delicatezza spirituale. Per questo e per molto altro ancora, ogni ragazzo dell’oratorio di Don Bosco si sentiva il più amato da lui, come se fosse unico.

Una ragazza ha scritto: “Per quasi un anno ho fatto l’animatrice nell’oratorio di un quartiere molto difficile, ma quando ero con i miei ragazzi mi sentivo immensamente felice, a volte senza sapere il perché che, credo, Tu mi hai trasmesso attraverso il tuo cuore e le tue parole: grazie Don Bosco!”

Ecco un buon motivo per celebrare la sua festa in questo nuovo anno, che viene da un anno difficile a causa di Covid-19 e delle sue conseguenze, mentre confidiamo di riuscire a superarlo in pochi mesi. Facciamo di ogni spazio educativo, di ogni casa salesiana, di ogni incontro personale, un motivo per comunicare che la vita è bella, che è un dono di Dio, e quindi da vivere come una festa anche nei giorni grigi. Una vita piena della luce che viene dall’abbandono fiducioso nel Dio della vita.

Vi auguro un anno 2021 felice e benedetto, pieno di gioia e di grazia di Dio, e tutto vissuto sotto il manto materno di Maria Ausiliatrice.

E tenendo tutti la nostra fronte saldamente appoggiata a quella di Don Bosco: “Così non ci muoveremo!”

Agenzia Notizie Salesiana

Messaggio del Rettor Maggiore ai giovani nella festa di Don Bosco

Miei cari giovani,

la gioia è un elemento centrale nella vita di un cristiano.

A ciascuno di voi, nei cinque continenti, giunga il mio affettuoso saluto: a voi giovani del “mondo salesiano” e a tutti i giovani che riceveranno questo messaggio attraverso di voi.

Nell’art. 17 delle Costituzioni dei Salesiani di Don Bosco, intitolato “Ottimismo e gioia”, leggiamo: «Poiché annuncia la Buona Novella, [il salesiano] è sempre lieto. Diffonde questa gioia e sa educare alla letizia della vita cristiana e al senso della festa». Sono sicuro che questa è una regola di vita per noi salesiani e per tutti i membri della nostra Famiglia salesiana: è qualcosa di bello, che appartiene alla nostra identità carismatica. E quanto vorrei che fosse così anche nella vostra vita, cari giovani!

Voglio parlarvi di questa gioia profonda, che nasce da Dio e dall’essere radicati in Lui. Infatti, la nostra vocazione cristiana ha anche la missione di portare gioia nel mondo: quella gioia profonda e autentica che dura nel tempo perché viene da Dio. Sono convinto che voi e molti altri giovani come voi desiderano (e a volte hanno bisogno) di sentire che il messaggio cristiano è un messaggio di gioia e di speranza.

Miei cari giovani, il nostro cuore è fatto per la gioia e per vivere con speranza. È un carattere con cui nasciamo, intimamente inciso nel profondo del cuore di ogni persona; si tratta di una gioia autentica, non passeggera, ma profonda e piena, che dà “sapore” all’esistenza. Voi giovani, che «siete l’adesso di Dio», come vi ha detto Papa Francesco[1], state vivendo una tappa della vostra esistenza che si distingue per la scoperta della vita, di voi stessi e delle vostre relazioni con gli altri. Voi guardate al futuro e avete dei sogni. Il vostro desiderio di felicità, amicizia e amore è forte. Vi piace condividere, avere ideali e disegnare progetti. Tutto questo fa parte della giovinezza. Non sto dicendo che tutti i giovani vivono in questo modo. Ci sono, purtroppo, giovani che sono molto lontani dal sognare una tale giovinezza, ma non devono né possono rinunciarvi. D’altra parte, la vita è spesso accompagnata dai doni che Dio nostro Padre continuamente ci offre in essa: la gioia di vivere, di essere sani, di godere della bellezza della natura. La gioia dell’amicizia e dell’amore autentico, del lavoro ben fatto, che produce stanchezza, ma che dà sempre anche tanta soddisfazione. La gioia di una bella atmosfera familiare – anche se non tutti voi sperimentate questo nella vostra vita; la gioia di sentirsi compresi e di servire gli altri.

È bello riconoscersi in questa realtà, cari giovani, e scoprire che tutto ciò non è frutto del caso, ma è voluto da Dio per ognuno di noi, per ognuno di voi, perché Dio è la fonte della vera gioia, questa gioia ha la sua origine in Lui. È bello scoprire nella vita che siamo accettati, accolti e amati da Dio. È bello che possiate sentire nel profondo del vostro cuore che siete personalmente amati da Dio. È commovente per un giovane poter dire a se stesso questa grande verità: «Dio mi ama, e mi ama incondizionatamente, in un modo unico e personale». E la grande prova di questo Amore è l’incontro con suo Figlio Gesù Cristo: in Lui troviamo la gioia che cerchiamo. L’incontro autentico e vero con Gesù fa nascere sempre in tutti una grande gioia interiore.

Mentre scrivo questo, penso a voi, cari giovani di altre religioni che, forse, non riuscite a percepire nella vostra esperienza personale ciò di cui parlo in riferimento a Gesù, anche se capite le mie parole. Tuttavia, potete vivere questa esperienza personale e intima, qualunque sia la vostra religione: Dio vi ama, e vi ama profondamente, perché appartiene all’essenza di Dio amare immensamente tutto ciò che ha creato. E in tutto questo ci siete voi, ci sono io, c’è ognuno di noi, ognuno di voi, miei cari giovani.

Giovani amati da Dio, in qualunque parte del mondo, qualunque sia la vostra religione, aprite il cuore a Dio, scoprite che Dio è una presenza nella vostra vita, che è fedele e non vi abbandonerà mai. Possiamo sempre incontrarlo nella Sua Parola: «Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore» (Ger 15,16). Ascoltate la voce di Dio e la Sua Parola e avrete tante risposte a ciò che portate nel vostro cuore e nei vostri pensieri.

Come Don Bosco, Padre e Maestro della Gioventù del mondo, desidero rivolgervi l’invito, a suo nome, ad avere il coraggio di non allontanarvi mai da Dio, di scegliere Lui in ogni momento della vostra vita con generosità, senza accontentarvi di dare il minimo, ma impegnandovi a dare il meglio che ognuno ha nel cuore. La vostra vita, cari giovani, è preziosa, e qualunque sia la vocazione alla quale Dio vi chiama, è una vita che vale la pena vivere nel dono di sé, nel servizio e nell’amore per gli altri. Come dice Papa Francesco: «Cari giovani, voi non avete prezzo! Non siete pezzi da vendere all’asta! Per favore, non lasciatevi comprare, non lasciatevi sedurre, non lasciatevi schiavizzare dalle colonizzazioni ideologiche che ci mettono strane idee in testa e alla fine diventiamo schiavi, dipendenti, falliti nella vita. Voi non avete prezzo […]. Innamoratevi di questa libertà, che è quella che offre Gesù»[2]. Mi permetto anche farvi l’invito di avere il coraggio di vivere le Beatitudine che Gesù ci propone nel Vangelo. Sono una bellissima maniera di vivere il Vangelo con ‘volti’ e maniere diverse che conducono alla felicità in Cristo.

Imitando Don Bosco, voglio proporvi, come ho scritto nella Strenna di quest’anno, di essere entusiasti, di vivere la vita come una festa e la fede come felicità. Don Bosco l’ha proposto a se stesso e l’ha fatto diventare realtà con i suoi ragazzi a Valdocco. Oggi quel Valdocco della festa e della gioia può essere ciascuno dei luoghi e delle case salesiane o non salesiane dove vi trovate. Vi chiedo di diventare ed essere missionari della gioia, perché siete discepoli-missionari di Gesù. Dite ai vostri amici e agli altri giovani che avete trovato questo tesoro prezioso, che è Gesù stesso. Contagiate gli altri con la gioia e con la speranza che nasce dalla fede. Siate missionari per altri giovani, come proponeva Don Bosco ai suoi ragazzi di Valdocco, portando a chi non sta bene, a chi soffre, ai più poveri, a chi “non ha opportunità”, la gioia che Gesù vuole offrire a tutti. Portate questa stessa gioia nelle vostre famiglie, nelle vostre scuole o università; parlatene nei vostri posti di lavoro e tra i vostri amici. Vedrete che, se quella gioia che avete nel cuore viene da Dio, diventerà veramente contagiosa, meravigliosamente contagiosa perché generatrice di vita.

Non vi sembra che, dopo quello che ho appena detto, sia facile capire quello che diceva Domenico Savio a Valdocco: «Noi facciamo consistere la santità nell’essere sempre allegri»?

Maria, Madre e Ausiliatrice, accompagni tutti noi in questo viaggio. Lei ha accolto il Signore dentro di sé e lo ha annunciato con un canto di lode e di gioia: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore» (Lc 1,46-47).

Qual è la gioia che risuona oggi nel vostro cuore, miei cari giovani?

Che possiate essere felici qui e nell’eternità, come diceva Don Bosco!

Vi benedico e vi saluto con vero e profondo affetto,

Ángel Fernández Artime
Rettor Maggiore

Salesian Family

The Salesian family is an ecclesial reality spread throughout the world, based on the charism of its founder Don Bosco. Currently it comprises 31 officially recognized groups with a total of 402,500 members living in mutual communion and continuing their mission. A vast movement of people who, in diverse ways, work for the benefit of youth that started with the Society of St. Francis of Sales (Salesians of Don Bosco), the Institute of the Daughters of Mary Help of Christians (FMA) and the Association of Salesian Co-operators. Spiritual father of the community, according to Don Bosco himself, is the Rector Major, his successor. The unity of the congregation is supported and enhanced by the Council of the Salesian Family which meets every year. The “Identity card of the Salesian Family” – a document that contains the identifying traits of the groups – states that one of the essential criteria for recognizing a new group is “the sharing of the spirit, of the educative method and of the missionary style, that is, of the spiritual and pedagogical patrimony of Don Bosco”.

Don Francesco Cereda, Sdb, Vicar of the Rector Major

Who are SDB ?

What is the meaning of ‘SDB’?

 ‘SDB’ is the acronym for ‘Salesians of Don Bosco’.

What does it mean to be a ‘Salesian of Don Bosco’?

To be a ‘Salesian of Don Bosco’ means to belong to a Catholic organization of men who dedicate their entire lives to God through a generous service to young people, especially those who are poorer and disadvantaged. This way of life entails professing the three vows, living in communities, educating and evangelising young people after the example of Don Bosco.   

Why the name ‘Salesians of Don Bosco’?

 St. John Bosco, an Italian saint of the nineteenth century was called ‘Don’Bosco by his boys because ‘Don’ in Italian means ‘Father’. Today he continues to be fondly remembered by the same name. He founded an organization that would take care of poor youth. He called his followers ‘Salesians’, a name he took from St. Francis de Sales, a popular saint of his native place in northern Italy. He chose St. Francis de Sales as the patron of his society and encouraged his followers to imitate the saint’s gentle humanism.

Are there other groups that are called ‘Salesians’ besides the ‘Salesians of Don Bosco’?

 Yes there are other groups that use the name ‘Salesian’. St. Francis de Sales, a Doctor of the Catholic Church, gave birth to a unique school of spirituality which is generally referred to as ‘Salesian Spirituality’. Other groups that live this spirituality as their own also refer to themselves as Salesians. The title ‘Salesians of Don Bosco’ aims to clarify that its members live the spirituality of St. Francis de Sales according to the style and charism of Don Bosco.

 

 Where are the SDBs in the world and how many are they?

 The Salesians of Don Bosco are scattered in 131 countries across the globe. They number approximately 15,500. They serve young people in more than 2000 institutions. 

 

What is the aim of the Salesians of Don Bosco?

 Very briefly, the aim of the SDBs can be stated as follows: ‘to be signs and bearers of the love of God for young people, especially those who are poor.